Accueil Conteur Photographe-aventurier Ethnographe Auteur Médias Calendrier
Marc Laberge - Dans les medias
Revue de presse - Conteur
Revue de presse - Photographe
Accès médias (professionnels)




 

L'amico
dei ghiaccci
che incanta
con la parola


Emilio Luzi
Giornale de Brescia
Brescia, Italia
Domenica 30 gennaio 2000

Ecco l'esperienza del canadese Marc Laberge, fotografo e soprattutto narratore di antiche leggende raccolte nel corso dei suoi viaggi.  I comuni amici me lo avevano presentato come un fotografo d'avventura, un camminatore solitario; così quando lo incontrai per la prima volta, non potei resistere dal porgli lo domanda forse più semplice, ma, al tempo stesso, più impegnativa: cos'è per te l'avventura?

Marc Laberge mi prese molto sul serio, corrugò la fronte e si raccolse per un po' dietro la folta barba leggermente crespa. Il pelo fulvo ed i suoi non molti capelli rossi mi avevano fatto immaginare radici irlandesi. Mi sbagliavo, Marc è canadese del Québec, proprio di Montreal.

« Ti risponderò così », mi disse in un italiano allora ancora debole, « ti dirò quale è per me la più grande avventura », Io attendevo la rivelazione animato da molto scetticismo, in un mondo in cui tutto è stato sperimentato, dove la ricerca esasperata della trasgressione ha fatto si che la massima trasgressione possibile sia ormai non trasgredire, non c'era niente che potesse sorprendermi.

Ma Marc, fissando lo sguardo su di me senza farmi capire dove esattamente guardasse cominciò lentamente a parlare. Sulle prime tentai di batterlo in volata interpretando il suo pensiero, ma poi, in breve, compresi che non mi avrebbe fornito nessuna definizione su cui costruire una saporita sfida dialettica. Compresi che dovevo ascoltarlo. Fu così che mi ritrovai ad accettare le condizioni della sua parola. E Marc cominciò a raccontare... una storia. Il tono grave, la voce ora bassa e cavernosa, ora netta e potente mi condussero nella terra di Baffin e di lì per un ghiacciaio e non so dove altro ancora. « La più grande avventura che io conosca » mi disse, « è ancora la prima di tutte, l'avventura umana ». A distanza di tempo Marc mi colpisce ancora, sa mettere in movimento la sensibilità di chi lo ascolta dandogli la sensazione di percorrere sentieri a lui familiari facendolo sentire « a casa ».

Classe 1950. il canadese Marc Laberge, ha un lungo curriculum, due lauree, numerose pubblicazioni di argomento naturalistico, docenze presso università americane, collaborazioni con riviste scientifiche internazionali, non ultimo National Geographic, poi l'altra parte della sua vita dedicata alla narrazione a voce di storie: si, Marc Laberge in Europa e nel nuovo continente è noto, forse ancor più, come cantastorie, auteur et conteur.

Su questo versante il suo curriculum è ancor più nutrito che sul precedente. Ma, attenzione, il Marc viaggiatore ed il Marc cantastorie sono in totale armonia fra loro. Come non sentire nel suo splendido racconto Le glacier, edito nel 1995 e vincitore del premio Saint-Exupery, la risonanza del suo viaggio nella Terra di Baffin? Marc alcuni anni sono, partì da solo, a piedi, da Pangnirtung, nei territori degli Inuit canadesi, per dirigersi al Lago Summit. Fu sorpreso da una tempesta durata quattro giorni, durante la quale Marc non cessò di camminare, giacché, come egli dichiara, ama la tempesta. In questo viaggio Marc strinse amicizia con alcuni Inuit in prossimità di Ayutituq, la valle delle nevi eterne. E mentre le cose accadevano il cuore raccoglieva il sedimento dell'essere del mondo, fu così che il bagaglio di Marc si fece più pesante.

A piedi Marc ha viaggiato in Alaska, nello Yukon, raggiungendo la valle delle diecimila fumarole, attratto dallo spettacolo di quel mare multicolore di cenere fumante dopo l'eruzione vulcanica, che egli associa all'idea stessa di rinascita. Probabilmente sull'onda della stessa suggestione, si recò in Islanda dove conobbe due viaggiatori bresciani non meno curiosi di lui, Clara Francesconi e Gigi Zubani. Da quell'incontro islandese nacque un forte legame con la nostra terra.

Dall'Indonesia a Cuba, dall'Irlanda al fondo del Gran Canyon, lungo il fiume Columbia, a piedi o in bicicletta, Marc ha raccolto e continua a raccogliere preziosi distillati di esistenza. « I cantastorie non sono mai giovani », mi dice, egli infatti ha cominciato nella seconda metà della sua vita, quando il ripensamento della « dynamis » che caratterizza l'età più giovane, conferisce allo stare nel mondo un colore forte e delicato al tempo stesso.

Entrare con Marc in una storia è un'esperienza indimenticabile, occorre disporsi all'ascolto, aprire gli occhi del cuore e nel brivido di un timore o nella gioia di una prova superata, nella riscoperta del valore e della dignità della persona umana che sono in ciascun essere, trovare infine se stessi. Il cantastorie, come il poeta, è un cercatore, un esploratore che cerca la parola amica, quella che potrà donare, a chiunque voglia accettare il dono, il sentirsi parte di un cosmo che ci accoglie tutti.

Grande recupero della oralità, perduta ma certamente riconoscibile come patrimonio di ogni popolo, quello di Marc è un prodigio che in Francia, in Irlanda, in Belgio, in Spagna, come in Canada e negli Stati Uniti ha da tempo preso corpo in iniziative culturali stabili. Da noi i tempi non sembrano ancora del tutto maturi, ma Marc, che tra l'altro è presidente e direttore del Festival Inter-culturale del Racconto di Montreal, non dispera. Intanto gli amici bresciani lo hanno fatto esibire per ristretti gruppi di estimatori.

Marc, che dal canto suo è poliglotta, asserisce che la perfetta padronanza della lingua non è un elemento indispensabile per la suggestione del racconto, anzi l'esotismo di un accento forestiero può perfino giovare molto all'effetto complessivo della performance. Nella mescolanza di comunicazione verbale e non verbale, in effetti, si definisce il flusso della capacità narrativa dell'intera persona del conteur.

Ma lo straordinario sta nel recupero, di cui spesso l'ascoltatore si avvede solo dopo, del ruolo fondamentale dell'attività immaginativa di chi ascolta. L'ascoltatore, perfino suo malgrado, entrando nell'atmosfera sottile che il narratore chiama intorno a sé, produce preziose e fruibilissime immagini sul l'onda della parole del narratore e non servono espedienti, non serve la tecnologia degli effetti speciali. È la parola che in quel momento domina l'immaginario. Essa parla alla sensibilità di ciascuno e nella produzione immaginifica così veicolata ognuno trova immagini preziose, straordinarie, originali ed irripetibili.

Una magia, forse, quella di Marc. Ma una magia onesta e leale che restituisce alla potenza della parola il suo valore originario di ricerca, di seduzione come di educazione sentimentale. Una magia che fa apprezzare il silenzio dell'ascolto attivo che può portarci molto lontano, fin dove vogliamo.

Una confessione bisogna pur farla, il caro amico Marc usa due « effetti speciali » : una lunga sega fatta vibrare con un arco di violino ed uno strumentino africano costruito con chiodi che percuotono delle barrette metalliche. Non si sentano umiliati i superspecialisti del suono cibernetico, Marc Laberge, non compete con loro, solo con se stesso.